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PROGETTO Csáth

Quando nel 1998 acquistai, quasi per caso, il volume “Oppio e altre storie” di Géza Csáth, ancora non sapevo cosa avrebbe significato per il mio itinerario artistico e soprattutto dove, fisicamente, mi avrebbe portato.

Attratto dalla particolare vicenda biografica dello scrittore, letta sul retro del libro, decisi, diciamo per curiositŕ, che sarebbe divenuto parte della mia biblioteca personale.

E cosě effettivamente fu: esso rimase su uno scaffale per quasi cinque anni prima che quell’iniziale vago interresse, ragione per cui mi ero mosso all’acquisto, si trasformasse in reale volontŕ di sfogliarlo e, perchč no, dal momento che c’ero, infine di leggerlo.

Nel frattempo era maturata in me l’intenzione di comporre un’opera lirica ma nessun soggetto preso in considerazione mi convinceva a tal punto da spingermi nell’effettiva realizzazione di tale proposito.

Rimasi sorpreso nel vedere invece quanto quella raccolta di racconti, dispersa tra altri libri e dimenticata,  mi suggerisse idee musicali in grado di realizzare quel modello di teatro musicale di cui da anni era andato alla ricerca.

Scrissi cosě  “Géza” , opera lirica in 7 parti per un solista, il suo doppio, due attrici-modelle, un mimo, comprimari, attori muti, corpo di ballo, coro invisibile e grande orchestra, spendendo circa due anni tra la stesura del libretto e la realizzazione della parte musicale.

La composizione di questo lavoro mi spinse ad approfondire l’interesse verso Géza Csáth, sia dal punto di vista della sua drammatica vicenda umana, sia da quello della sua magistrale produzione artistica, e, piů in generale, verso la cultura ungherese in tutte le sue manifestazioni.

Pensai allora di riorganizzare il materiale raccolto in una trilogia operistica che potesse valorizzare le principali caratteristiche di una personalitŕ complessa e poliedrica quale č appunto quella di Csáth: medico, scrittore, pittore, musicista, critico musicale, psichiatra, morfinomane, eroinomane e uxoricida.

Progettai dunque di partire alla volta di Budapest per raccogliere le informazioni necessarie alla realizzazione del mio progetto, e per approfondire inoltre le mie conoscenze in merito alla musica folklorica magiara, ritenendo indispensabile ricondurre gli elementi portanti del lavoro alla cultura stessa dello scrittore, alla sua radice antropologica, a quell’aspetto  primigenio e imperituro, rappresentato appunto dal folklore stesso.

Chiesi ed ottenni cosě un Dottorato di Ricerca presso l’Accademia Musicale “Ferenc Liszt” di Budapest, sotto la guida del compositore Zoltán Jeney, Professore Capo del Dipartimento di Composizione e del Direttore del PhD/DLA nel medesimo Istituto, lavoro per il quale ricevetti una Borsa di studio dal Ministero della Cultura ungherese.

Arrivato a Budapest nell’ottobre 2005 entrai da subito in contatto con il compositore Balint Bethlenfalvy, uno dei capofila della giovane musica contemporanea ungherese, cui va il merito di aver rappresentato pregevolmente la nazione ungherese durante i ripetuti viaggi e soggiorni a New York,  Londra, Berlino e in altre importanti centri della cultura musicale contemporanea.

L’altro fortunato incontro fu quello con il musicologo Karoly Akos Windhager, propugnatore di una riscoperta della musica ungherese caduta nell’oblio durante il periodo della dittatura comunista, attivo anche come organizzatore di importanti eventi culturali per la Radio Nazionale Ungherese e per l’Istituto “Casa di Liszt”, fondatore inoltre di una delle piů prestigiose orchestre di Budapest.

Grazie alla  collaborazione di queste due autorevoli figure del panorama magiaro nacque quello che fu in seguito dai noi chiamato “Il Progetto Csáth” in cui entrano a diverso titolo l’Istituto di Cultura italiano di Budapest, la Kosztolányi Society e il Dipartimento italiano dell’Universitŕ di Budapest.

Il progetto prevede la realizzazione integrale in forma scenica e in lingua ungherese di “Géza”, prima opera della trilogia operistica su Géza Csáth, all’interno del Festival dedicato ai rapporti intercorsi tra Géza Csáth e il cugino Kosztolányi, altra importante figura nel panorama letterario ungherese dei primi del secolo scorso.

L’opera  “Géza”  sarŕ anche l’occasione per ampliare ed intensificare la riscoperta  di quella letteratura che il regime comunista additň come arte degenerata e fuorviante, e che, per queste ragioni, venne messa al bando, nascosta, se non addirittura distrutta.

Costruita su un’ idea di teatro musicale che abbandoni completamente qualsiasi riferimento alla tradizionale costruzione di una trama (in cui ciascun evento č premessa del successivo), ciascuna opera della trilogia si svolge come una sequenza di episodi in cui le categorie di causa-effetto e tempo non sono applicabili, poiché non esiste un’effettiva narrazione-esposizione dei fatti, quanto piuttosto una presentazione di situazioni particolari, siano esse appartenenti alla vita dell’autore (dato biografico), alla sua produzione artistica (creativitŕ), alla sua dimensione interna (stati dell’animo e della mente) o che mostrino il punto di vista di chi osservi ciň che gli sta attorno, senza interagire minimamente, senza realmente entrare in contatto con l’ “altro”, nel desiderio di non  increspare quella necessitŕ oggettiva che rende tutto, ciň che effettivamente č.

Non č un caso che l’universo letterario csáthiano sia costellato da non-dialoghi: un regno  popolato da personaggi muti, che non hanno possibilitŕ di parola o che, seppur ce l’hanno, preferiscono non parlare, non rispondere, o parlare con la propria anima, in una sorta di disperato solipsismo dove gli ideali ricongiungimenti con “gli altri” avvengono solamente nel pensiero e nel ricordo, tra personaggi vivi ed entitŕ che non appartengono piů a questo mondo.

Figure incastonate in vicende in cui spesso č la violenza irrazionale e gratuita a governare le azioni: due fratelli che uccidono la madre per rubare i gioielli dalla sua vetrina, al fine di portarli, come pegno d’amore, ad una prostituta conosciuta per caso, per ringraziarla di quell’affetto che la madre non ha mai saputo dare loro; un marito che uccide la moglie per il solo sospetto di essere stato tradito (curiosa analogia con il tragico epilogo della vita dello scrittore); un ricco proprietario terriero che nel tentativo di proteggere il contenuto della cassaforte dove custodisce i suoi averi, tenta di immobilizzare un ladro, ma viene irrazionalmente sopraffatto da un grande desiderio di uccidere, lo soffoca e poi ne piange la morte.

E tutta una serie di situazioni analoghe che ci riconducono inevitabilmente alla quotidianitŕ di quello che osserviamo oggi nella vita reale, quasi a voler tracciare un ideale parallelismo tra la nostra condizione esistenziale e quel mondo letterario che abbiamo sempre considerato, erroneamente, solo come il frutto di un’immaginazione artistica.

Ma il mondo di Csáth č fatto anche di situazioni rare e preziose, al cui accesso sono destinati solo coloro che “meritano di piů perchč hanno voluto di piů”, ossia coloro che hanno scelto “di saccheggiare l’eternitŕ”, attraverso la rinuncia alle “cognizioni errate e rudimentali” dei sensi, in altre parole agli oppiomani, a quegli esseri umani che rinunciando a “moltiplicarsi nei loro discendenti”, vivono “cinquemila anni in un giorno”.

E proprio nel tentativo di incarnare questo ideale di vita, Csáth troverŕ prima la macchia dell’assassinio (l’uccisione della moglie Olga) e poi la follia che lo porterŕ drammaticamente al suicidio.

L’opera “Géza” ripercorre in maniera specifica questi ultimi momenti della vita dello scrittore, a cui vengono ricondotte trasposizioni in forma teatrale di alcuni significativi racconti appartenenti all’ultima produzione letteraria dell’artista.

In “11 Accuse per Olga” viene invece affrontata la tematica dei rapporti intercorsi tra Csáth e la moglie Olga Jonás, ragazza frivola appartenente ad una famiglia benestante della capitale.

In questo secondo lavoro vengono messe in risalto le “accuse” che lo scrittore mosse contro la donna, prime fra tutte quella di aver partorito “la figlia di un altro” e di aver ostacolato in ogni modo la carriera dello scrittore infondendogli dubbi di ogni sorta e ponendolo in uno stato di costante agitazione, cui Csáth credette di porre rimedio facendo costante ricorso a droghe di ogni tipo, dalla morfina all’eroina dall’oppio al Pantopon.

Nell’ultima opera “Opium” , viene affrontato il drammatico rapporto di Csáth con le droghe e il disperato tentativo di sospenderne definitivamente l’uso. Tentativo che si concluderŕ in un totale fallimento e che lo condurrŕ progressivamente verso la perdita totale del contatto con la realtŕ, concludendo la sua esperienza terrena al confine tra gli stati di Ungheria e Jugoslavia, dove morirŕ suicida dopo essersi iniettato una dose letale di Pantopon.

Ma per Csáth “uscire vittoriosi dalla lotta e riposarsi dopo fatiche estenuanti, appannaggio dei bravi borghesi”, non avrebbe mai prodotto “alcun tipo di piacere”, avrebbe significato solamente che “č venuto meno il dolore”, poiché “la maggior parte della gente si accontenta di quegli attimi di felicitŕ che Dio ha elargito loro in elemosina”.

“Chi si rassegna a questo, č rassegnato a morire prima ancora di essere nato. Chi sia riuscito invece a diventare un vero uomo e a fare i conti con sé stesso come si conviene alla sua dignitŕ, incominci a saccheggiare il tempo, diventando partecipe di un magico, misterioso, atemporale pezzo d’eternitŕ”.

Alessio Elia

(19 Gennaio 2006. Premičre del "Preludio" di - 11 Accuse per Olga -  Programma di Sala)